I Bio Distretti per il futuro del territorio. E il progetto Bio Slow per fare rete tra territori

Ignazio Garau, presidente dell’Associazione Italia Bio ci racconta come i bio distretti possono contribuire a cambiare l’economia, e quindi, la geografia del nostro pianeta, e perché l’agricoltura biologica non è solo un modello colturale, ma un progetto “culturale”.

Erano 59.959 a fine 2015 in Italia le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica, con una superficie coltivata pari a 1.492.579 ettari, un aumento complessivo del 7,5% e un trend in crescita. Nel solo corso del 2015 sono stati infatti convertiti a biologico oltre 104.000 ettari di terreno, arrivando a coprire il 12% della superficie coltivabile. Le aziende agricole biologiche rappresentano il 3,6% delle aziende agricole totali. La situazione in Piemonte contava, sempre nel 2015, un totale di 2.308 operatori, con un aumento dell’8,9% sull’anno precedente.

Sono dati davvero importanti e testimoniano una tendenza ormai inarrestabile dell’agricoltura biologica. Ci puoi dare una breve descrizione?

L’agricoltura biologica è un insieme di principi e di valori che costituiscono una visione originale del modo in cui l’uomo si deve occupare a tutto tondo della terra, dell’acqua, delle piante e degli animali per produrre, preparare e distribuire cibo e altri beni. Da un punto di vista più ampio, sociale, questa modalità di coltivazione impatta sul modo in cui le persone interagiscono con paesaggi vivi, si rapportano l’uno con l’altro, contribuiscono a formare e custodire l’eredità per le generazioni future.
È necessario ripartire dall’agricoltura, e dal cibo, scegliendo un percorso di crescita che sia sostenibile, valorizzando le relazioni umane prima del capitale, promuovendo un’equa ripartizione delle risorse tra tutti. I “territori” sono il contesto nei quali sperimentare questi nuovi modelli economici e sociali, più sobri e conviviali. È nei territori che in questi anni sono nate le esperienze migliori che dimostrano non solo la possibilità, ma anche la convenienza di produrre in armonia con la natura. In un mondo sempre più globale è indispensabile riscoprire il locale.

Ignazio, in sintesi, in cosa consiste il progetto Bio Slow e cosa sono i Bio distretti?

BioSlow è la rete dei territori, un patto a favore della bellezza, per promuovere un vero e proprio risorgimento di valori, idee e progettualità. Si tratta della promozione, valorizzazione e messa in rete dei territori come modalità per organizzarsi di fronte alla globalizzazione, creando sinergia tra contesti vicini e lontani.
Il Biodistretto è l’accordo mediante il quale i soggetti interessati alla crescita economica sostenibile del loro territorio s’impegnano a definire e a sviluppare un progetto comune attento alla conservazione delle risorse, alla compatibilità ambientale e alla valorizzazione delle differenti opportunità della loro realtà territoriale.
Il territorio deve diventare il punto di riferimento e di conservazione delle risorse in un mondo sempre più globalizzato. È necessario immaginare un nuovo futuro, recuperando l’importanza dei borghi e risalendo alle origini delle nostre tipicità.

Ci puoi dare alcuni dati relativi all’agricoltura biologica e alla posizione dell’Italia?

I dati che citavamo all’inizio della nostra conversazione, riflettono una situazione mondiale che registra un trend positivo che continua senza sosta, con la domanda dei consumatori in aumento e con il principale mercato mondiale, quello degli USA, che registra un +11%. Sono, inoltre, aumentati i Paesi che aderiscono all’agricoltura bio e che coltivano terra “certificata biologica”, che sono passati da 172 a 179.
Una situazione che non lascia dubbi su quali siano le attuali tendenze, confermate dai dati diffusi dal SINAB per conto del Ministero delle Politiche agricole, che evidenziano come le superfici coltivate con metodo biologico in Italia nel 2016 hanno raggiunto quota 1.795.650 ettari, con un ulteriore incremento del 20% della superficie coltivata. Crescono anche gli operatori che salgono a 72.154 (+20,3%). Tra le colture con maggiore incremento ci sono gli ortaggi (+48,9%), cereali (+32,6%), vite (+23,8%) e olivo (+23,7%). Per quanto riguarda la distribuzione regionale delle superfici biologiche, la maggiore estensione si registra in Sicilia con 363.639 ettari, cui seguono la Puglia con 255.831 ettari e la Calabria con 204.428 ettari.
L’Italia primeggia nella coltivazione dell’ulivo e della vite, oltre che nei cereali, risultando tra i maggiori produttori al mondo. Numeri, e risultati, che dimostrano come l’agricoltura biologica sia in grado di garantire la conservazione dell’ambiente e il benessere delle comunità, raggiungendo livelli di efficienza e di convenienza economica.
Eurispes nel suo Rapporto Italia 2016 evidenzia che il mercato europeo è il principale sbocco della nostra produzione bio, assorbendo l’82% dell’export, la Germania con il 24% e la Francia con il 20% sono i mercati più dinamici. Ma anche l’area del Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo occupa una parte consistente dell’export (9%). Fuori dall’Europa, le quote maggiori di fatturato si registrano negli Stati Uniti (4%), Giappone (3%) e Canada (2%).

Quale è stato il primo Bio Distretto in Italia?

La prima esperienza è nata in Liguria, a Varese Ligure, nel 1998 quando è stata creata la valle del bio grazie alla sensibilità del sindaco Maurizio Caranza. L’idea è nata in modo molto semplice: un giorno, mentre percorreva la strada che dall’Emilia conduce verso il mare, il sindaco arrivato al confine tra le due regioni ha letto un cartello con la scritta “fine della zona di produzione del parmigiano reggiano” e da lì è nata l’idea di dare una connotazione forte anche alla sua valle ed è nato il progetto della “Valle del Bio”. Ecco come è iniziato un percorso che ha portato a costituire prima il caseificio sociale e poi il macello cooperativo, l’insediamento di uno nuovo stabilimento per la produzione di yogurt bio e tante altre attività legate al turismo e al benessere, a monte e a valle. Tutto nel segno del Bio.
Il concetto è semplice: attivare una filiera virtuosa che partendo dal territorio coinvolge sia l’economia nelle sue diverse forme che il sociale. E successivamente si estende ai territori vicini, creando un circuito virtuoso di stimolo anche per altri imprenditori, ponendo le basi per una maggiore attrattività del territorio.

Ci sono esempi anche all’estero?

In Francia, vicino a Valence, posizionata tra Die e Loriol, lungo la Drôme, si estende per 2.000 chilometri quadrati la “Biovallée”, un Biodistretto che persegue l’obiettivo di trasformare il territorio in una vetrina verde, per diventare riferimento europeo in materia di sviluppo umano sostenibile.
Qui, tra Loriol-sur-Drôme et Die, amministratori locali e cittadini lavorano da diversi anni per realizzare il primo laboratorio territoriale di una società più sostenibile. Tutti gli attori del territorio sono coinvolti: amministratori, associazioni, agricoltori, artigiani, eco-albergatori, imprenditori, ricercatori e cittadini. Tutti gli aspetti economici e sociali della vita della comunità diventano oggetto di intervento con obiettivi precisi da raggiungere in direzione di un’economia più sostenibile.
La metamorfosi del territorio è evidente. Ad esempio la Drôme, il fiume che dà il nome al Dipartimento omonimo, è diventato balneabile per il 90%, mentre prima era per il 90% vietato alla balneazione: i pesci risalgono nuovamente il corso del fiume, la biodiversità sta riguadagnando terreno, la lontra è ritornata e si sono sviluppate le attività turistiche (nuoto, canoa, kayak, rafting, pesca, escursioni …).
Molto interessante anche il progetto “Le réseau des stages StarTer”, che è stato avviato da qualche anno in collaborazione con l’Università Joseph FOURIER di Grenoble. L’obiettivo è quello di incoraggiare i futuri diplomati e laureati a fare il loro stage in un contesto agricolo, offrendo supporto, assistenza e accoglienza. In particolare, c’è un’azienda agricola di 8,5 ettari, che viene messa a disposizione dei giovani perché possano autonomamente sviluppare il loro progetto imprenditoriale e, quindi, decidere il loro futuro percorso professionale. “In questo modo – mi dicono i responsabili di Biovallée – aiutiamo le persone che non hanno terra, senza risorse e poca esperienza a diventare agricoltori. Per tre anni, i giovani possono disporre di terreni, attrezzature e mettere il loro progetto e la loro determinazione alla prova”.

Cosa ci dimostrano queste esperienze?

Questo caso di successo testimonia che la creazione di un bio distretto deve partire dal basso e successivamente coinvolgere a cerchi concentrici tutti gli aspetti economici e sociali del territorio.
Oggi si parla molto di Biodistretti, ma è necessario fare in modo che non sia solo la proclamazione di un’idea progettuale, un semplice, ennesimo distretto benché agricolo, ma un’azione coordinata e coinvolgente del territorio e di tutte le attività economiche, capace di trasformare il contesto territoriale, partendo dalla scelta dell’agricoltura biologica e con obiettivi precisi e progressivi, anno dopo anno, verso l’ecologia.
Uscire dalla crisi che attanaglia il nostro paese e l’Europa tutta si può, a patto di non rincorrere i mercati finanziari per rassicurarli nella loro volontà di continuare a speculare e di sceglier la valorizzazione delle risorse di ogni territorio, promuovendo l’agricoltura e l’economia sostenibile. E’ necessario ripartire dai territori e la Francia ci fornisce un ottimo esempio, da seguire.

Ignazio, perchè l’Associazione Italia Bio ha aderito a Piemex?

Credo che tutto quanto descritto fino ad ora sia già una risposta, ma ci tengo ad aggiungere alcuni aspetti importanti: in Piemex abbiamo trovato una moneta di sostegno per il territorio, che facilita la crescita sostenibile e mette insieme attori istituzionali, economici e sociali. È uno strumento per ricostruire un clima di fiducia e collaborazione tra le imprese.
I fatti di questi dieci anni di crisi hanno dimostrato che il denaro il più delle volte crea problemi, mentre invece la moneta complementare può essere la soluzione per uno scambio più fluido di beni e servizi. È una vera innovazione, e lo possiamo dire con un’immagine: non è un modo nuovo per far funzionare macchine vecchie bensì un totale rinnovamento delle macchine.
È ormai indispensabile e necessaria una economia sostenibile. Dobbiamo ripartire dalle fondamenta per costruire di nuovo le comunità. Abbiamo toccato tutti con mano la gravità dei problemi che si sono creati con il passaggio dall’economia agricola, all’industria, al terziario e poi al nulla della grande crisi.
L’agricoltura bio non è un ritorno al passato ma un salto nel futuro perché mette a frutto e a disposizione del territorio tutte le moderne conoscenze. È una vera evoluzione della tradizione con grande rispetto del tessuto economico e sociale. Dal pomodoro di Pachino al pomodoro di Pechino e ritorno. È una via assolutamente necessaria.

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